2021 Una nuova intelligence per la sicurezza marittima

Dopo l’11 settembre un nuovo, e più esteso, concetto di sicurezza marittima si è imposto all’attenzione di tutti gli operatori.

La globalizzazione è in realtà una lotta per la ripartizione degli spazi. Dopo la Seconda guerra mondiale, la creazione di un nuovo ordine mondiale aveva illuso i più, che il mondo fosse cambiato, che si fosse evoluto eliminando le rivalità territoriali. In realtà fu solo una illusione temporanea. Oggi si è tornati a una situazione normale, nella quale lo spazio è un elemento determinante della vita degli esseri umani e del comportamento degli attori, che più li rappresentano ovvero gli Stati. Non c’è nazione senza territorio, né sicurezza senza controllo dello stesso. In funzione delle variazioni demografiche e dei progetti politici, gli spazi delle entità politiche sono costretti a evolversi, espandendosi o riducendosi.

I progetti geopolitici sono rappresentazioni elaborate dalle nazioni e messe in opera quando le circostanze lo permettono. Il tutto avviene nella più ferma salvaguardia degli interessi nazionali, cioè degli interessi vitali per la nazione, per la propria autoconservazione.

Le priorità, che la guerra globale al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti in questo inizio di secolo, hanno evidenziato sono in primo luogo la difesa del territorio nazionale e poi la difesa dei principali interessi americani nel mondo; i servizi di intelligence hanno subito evidenziato chedal mare può provenire la minaccia più grave alla sicurezza nazionale e pertanto il controllo dei traffici e la protezione delle coste nazionali rimangono l’obiettivo primario.

Dopo le azioni terroristiche in Europa ed in particolare in Francia e in Belgio, si sparse la convinzione che i servizi segreti fossero inadeguati per le nuove sfide alla sicurezza.

Da qui la convinzione della necessità di un’intelligence aggiornata, vale a dire di un’intelligence in grado di osservare i fenomeni, oltre i fatti, in un approccio non solo tecnico, ma sempre più culturale, un’intelligence che non consenta al terrorismo ed alla criminalità organizzata, di mettere a repentaglio la nostra libertà. Ciò rappresenta un’occasione storica per l’intelligence, che consiste nella possibilità di cominciare da capo, cioè mettere mano alla riformulazione delle motivazioni, delle competenze e dell’organizzazione dei servizi di intelligence.

La storia dell’intelligence è sempre stata caratterizzata da un andamento ciclico di alti e bassi.

Quando nel 2018 un satellite cinese ha gettato l’ancora in orbita lunare, stabilendo la comunicazione fra la Terra e la faccia nascosta della Luna, l’America l’ha subito classificato come minaccia alla sicurezza nazionale, quasi preannunciasse l’avvento in quel porto cosmico di una navicella d’attacco capace di carpire informazioni segrete gestite dai satelliti geostazionari americani. Da ciò George Friedman, influente geopolitico statunitense, ha stabilito che il dominio del mare sta passando dall’aria allo spazio, dopo essersi trasferito dal mare all’aria.

Ragionando sul fatto che uno dei domini cui prestare particolare attenzione è quello marittimo, partendo dall’assunto che il mare copre il 70% della superficie terrestre e su di esso viaggia circa il 90% dei beni mondiali, in una economia globale, quindi sempre più dipendente dal libero utilizzo delle vie di comunicazioni marittime, possiamo facilmente capire come è un settore in cui la differenza tra buona e cattiva intelligence può cambiare parecchie cose e, in ultima analisi, salvare vite umane o interessi vitali per una Nazione.

Nel sistema marittimo globale i porti costituiscono i perni di una rete potenzialmente quasi infinita di rotte e di traffici. Qui si caricano e scaricano ogni minuto milioni di container, ma anche esseri umani. Qui si incrociano culture e strategie diverse, talvolta incompatibili. Sui porti dovrebbe quindi sempre più concentrarsi l’attività di una intelligence “visionaria”, capace di guardare oltre l’orizzonte, di non farsi imprigionare dalla cronaca, pena: la perdita di controllo e di informazioni sui flussi geopolitici ed economici che determinano le dinamiche strategiche globali.

I pericoli, per la sicurezza nazionale, provenienti dal mare, costringono a ripensare a una geopolitica adeguata per una prima concezione difensiva della sicurezza navale, pensata al fine di proteggere la terraferma poi per il consolidamento di un moderno sistema di difesa marittima, imperniato sul concetto del dominio del mare per la protezione della Nazione.

Lo sfruttamento degli elementi che costituiscono l’intero sistema marittimo (rotte, passaggi marittimi strategici, canali, porti, regole, conoscenze, procedure ecc.) è il fattore chiave per la lettura dei rischi e delle minacce che potrebbero compromettere gli interessi del nostro Paese, è il mondo in cui deve operare l’intelligence.

La costa italiana ha una lunghezza di circa 8.300 km e considerando l’Europa abbiamo circa 70.000 km di fascia costiera da difendere che confermano l’importanza della dimensione marittima per gli interessi europei fondati sui commerci, sulla pesca, sull’energia e, non da ultimo, sulla mobilità delle persone, immigrazione compresa; ci vuole un’intelligence che sappia capire che in un’ottica securitaria, i trasporti, i collegamenti e le infrastrutture portuali diffuse, nel dominio marittimo, sono, allo stesso tempo, potenziali target da colpire e potenziali veicoli, per facilitare le attività illecite. Un attentato contro una nave, con morti, feriti e danni considerevoli alle strutture o all’economia di riferimento, è qualcosa che si percepisce in modo diverso rispetto alla scoperta di un carico di droga o di armi, all’interno di un container sbarcato da una nave.

Con le nuove sfide alla sicurezza internazionale, l’analisi dell’ intelligence si trova a dover valutare nuovi rischi nel campo marittimo quali ad esempio il rischio cyber o quello di un attacco attraverso un drone e per affrontare le priorità in un contesto come quello marittimo, in cui gli scenari sono potenzialmente infiniti, c’è estremo bisogno di una cultura specifica e di fare uno sforzo che ci consenta di sviluppare un approccio logico, che consenta l’analisi sistematica delle vulnerabilità dei trasporti.

Considerando i nostri porti dei luoghi sensibili per la sicurezza della Nazione, un’analisi intelligence deve necessariamente valutarne i rischi, al fine di preservare trasporti, infrastrutture portuali e interessi che ruotano intorno all’industria marittima, dall’attività terroristica e da ogni componente che potrebbe ulteriormente indebolire un sistema a cominciare dall’infiltrazione criminale.

Il lavoro di intelligence innanzitutto deve fornire i mezzi necessari per “leggere” una realtà complessa come quella marittima, spostando l’attenzione su tutto ciò che conferma e accresce tale intrinseca debolezza. Lo “sguardo lungo” dell’intelligence, si proietta tanto sul caso particolare che interessa qualsiasi attività, lecita e illecita, correlata all’industria marittima a contatto con la realtà nazionale dei trasporti marittimi, quanto sulle fattispecie che in via preliminare devono essere analizzate per determinare eventuali margini di rischio nell’ottica di sicurezza dello Stato.

I pericoli, per l’industria marittima, includono le minacce alle navi, agli impianti portuali e alle infrastrutture costiere, ma si potrebbero includere, anche, le vie marittime di maggior traffico commerciale.

Per l’organizzazione di un’attività di prevenzione e contrasto, un’attività di intelligence deve rendere intellegibile ciò che si acquisisce, direttamente e indirettamente, in loco. Non solo raccolta delle informazioni, ma un’analisi approfondita per conoscere i fattori di complessità che più di altri influenzano la valutazione del rischio e, di conseguenza, le misure poste in essere per prevenire le minacce.

Serve dunque organizzare un lavoro di intelligence ponendo l’accento sul metodo, i cui risultati possano poi essere fruibili per le decisioni e le azioni delle autorità che ne richiedono l’impiego.

Il lavoro di intelligence, nello specifico, dell’industria marittima e portuale, deve studiare e comprendere i trasporti marittimi e la loro sicurezza. L’intelligence analizza i meccanismi portuali e le procedure che rendono un porto un insieme organizzato e complesso, quando non un vero e proprio spazio extraterritoriale se solo lo si voglia associare al particolare regime di porto franco con tutti i vantaggi operativi, commerciali e fiscali ad esso associati.

La prospettiva sulla quale si fonda la responsabilità dell’intelligence pone l’accento tanto sull’organizzazione del lavoro all’interno di un sistema complesso come quello marittimo e portuale quanto sulla collaborazione con chi tale sistema contribuisce a formare. La valutazione del rischio effettuata con l’ausilio dell’intelligence è un valore aggiunto per irrobustire le difese e mitigare le vulnerabilità intrinseche a qualsiasi struttura portuale.

L’intelligence non è solo “segretezza”, ma deve essere anche consapevole condivisione e partecipazione allargata. Bisogna quindi individuare i pericoli e le minacce attraverso un processo che tende alla collaborazione, ognuno col proprio ruolo, per giungere all’obiettivo finale imperniato sulla raccolta delle informazioni, sulla loro analisi e sull’utilizzo che ne viene fatto, per creare le misure relazionate ai vari scenari studiati.

Un altro aspetto importante da considerare per un’analisi di intelligence è l’oggettiva difficoltà nel far collimare la prospettiva securitaria della zona aeroportuale, con l’attività commerciale, che può creare rallentamenti, e quindi tensioni per le attività poste in essere.

Su una segnalazione dell’attività investigativa, il rallentamento delle operazioni portuali viene percepito, da chi gestisce le attività, come un blocco forzato del funzionamento regolare del sistema che purtroppo devono seguire una tempistica precisa integrata con le varie attività nave-porto, notte e giorno.

Il processo informativo dell’attività di intelligence che indica nella portualità nazionale una priorità in chiave securitaria per la Nazione, deve proiettarsi nella visione d’insieme senza perdere l’attenzione del particolare.

In quest’ottica è necessario, per quanto possibile, condividere le informazioni per coinvolgere le parti interessate in un fronte comune che preservi efficacemente la sicurezza e gli interessi del Paese.

Ciò che si rileva oggi non è tanto capire se ci sarà un incremento dei traffici marittimi, ma quando e come intercettarlo. Il ruolo dell’Italia insomma assume una centralità regionale e globale che ha fornito di fatto un’occasione e uno stimolo per ripensare alle politiche del rilancio di settore.

La strategia di crescita dei porti italiani è volta a carpire traffico da altri porti, anziché generarlo attirando investimenti. Porti franchi e ZES potrebbero modificare questa situazione che si rivelerebbe importantissima per lo sviluppo e il rafforzamento dell’industria del trasporto marittimo italiana. E proprio in queste zone, in questi contesti deve operare con acume l’intelligence in quanto proprio dove sono più espresse le agevolazioni, tanto più gli interessi malavitosi possono essere in agguato in agguato.

Lo studio della criminalità organizzata che si infiltra nei porti è un modo per capire il pericolo discendente per la sicurezza nazionale e per i suoi interessi.

Il crimine organizzato è un pericolo per la Nazione tanto quanto il terrorismo internazionale.

Ferme restando le differenze, entrambi i fenomeni possono utilizzare i trasporti marittimi e ottimizzare la loro attività attraverso gli impianti portuali.

Il lavoro di intelligence è cruciale in casi come questo ed è fondamentale, soprattutto, quando c’è la necessità di capire che cosa realmente passi dalle nostre banchine, anche in transito, non solo in imbarco o sbarco.

Il lavoro di intelligence serve per individuare le dinamiche più interessanti nell’ottica securitaria: le debolezze del sistema, le merci da monitorare, le procedure che fanno funzionare il meccanismo, i ruoli chiave, interni al porto, che possono servire per eludere i controlli o per indebolire ulteriormente le misure di sicurezza e i collegamenti tra il sistema-porto e il mondo esterno. Al lavoro di intelligence si chiede soprattutto di sapere chi interpellare e dove, nel caso in cui vi fosse la necessità di comprendere meglio alcune dinamiche. Bisogna inoltre considerare che tutto questo accade in uno spazio che per quanto esteso è comunque da considerarsi uno spazio limitato, in cui la sicurezza è legata sia al trasferimento di merci e persone da una parte, sia alla reale possibilità di rappresentare uno scenario ideale per attacchi o traffici a fini terroristici dall’altra. Quando si parla di merce containerizzata, i volumi sono notevoli e “cercare” qualcosa equivale a cercare il classico ago nel pagliaio. Il contenitore è il fulcro attorno al quale operano navi e terminal portuali specializzati.

Dalle navi sbarcano e sulle navi imbarcano grazie all’equipaggiamento di cui si è dotato il terminalista, migliaia di contenitori ogni giorno. Immaginiamo dunque un porto, un terminal che accoglie un numero elevato di contenitori sbarcati dalle navi, box metallici dalla grandezza standard, anonimi per la maggior parte del percorso perché del suo contenuto esatto può saperlo solo chi trasporta, ma chi lo carica e scarica no, se non dai documenti che passano di mano in mano ovvero dai dati che vengono gestiti sulle reti informatiche e sui sistemi informatici di gestione dei traffici containerizzati. Dall’analisi del sistema porto quindi, si evince tanto le particolarità di un settore strategico, quanto le vulnerabilità di una logistica, che trasporta uno “scatolone” metallico senza l’effettiva cognizione di che cosa sia contenuto al suo interno.

La richiesta di un’intelligence flessibile rispecchia il bisogno di un’intelligence che sappia affrontare le problematiche mutevoli del cambiamento in atto nel sistema internazionale. L’attività di intelligence all’interno di un porto non si limita alla comprensione del sistema portuale di per sé, ma deve integrare le informazioni locali con quelle che giungono o che vengono raccolte all’esterno. I trasporti marittimi sono globali e la lettura degli eventi e l’individuazione delle minacce sono il frutto di un lavoro eseguito su più livelli, che dal punto di vista operativo si devono necessariamente tradurre in una cooperazione tra le diverse realtà investigative coinvolte nel controllo e nel contrasto di qualsivoglia minaccia diretta alla Nazione.

L’utilizzo dell’analisi di intelligence deve poter essere d’impulso alle decisioni che coadiuvano le misure adottate per la sicurezza marittima e portuale. per monitorare, prevenire e contrastare le minacce provenienti tanto dall’interno quanto dall’esterno del Paese. L’intelligence non raccoglie solo informazioni, ma agevola la comprensione delle problematiche con approccio il più ampio possibile.

Lo spazio marittimo è appetibile, ma lo sono di più i porti che condensano i flussi commerciali in continuo movimento. Il pericolo passa anche da questi luoghi spesso sconosciuti se non si lavora a stretto contatto con il mare. La ricerca dell’eccellenza nello sviluppo di un’intelligence, moderna, è un punto di non ritorno che farà la differenza. È un impulso che va sostenuto con tutte le forze e con una cultura della sicurezza che miri alla nostra libertà in una democrazia compiuta che si rigeneri continuamente e che rigenerandosi si rinnovi per diventare sempre più forte. Per fare questo è necessario osservare qualsiasi nemico negli occhi, conoscerlo, combatterlo, eliminarlo, non ci sono alternative.

Nello scenario contemporaneo, “difesa e sicurezza” rappresentano un bene pubblico globale che necessita di nuove iniziative di prevenzione ed intelligence dove le decisioni degli Stati sono determinanti per poter perseguire i propri specifici interessi nazionali.

Tanto sopra, possiamo affermare che la geopolitica è vecchia quanto il mondo ed è sempre stata una prerogativa del genere umano: prima la si chiamava dominio, poi guerra di conquista, poi impero, poi colonialismo, poi espansionismo, dobbiamo anche riconoscere che nessuna potenza terrestre è stata possibile innalzare a livello globale senza che il mare costituisse parte integrante e insostituibile dei propri domini.

Tutti i soggetti geopolitici che hanno caratterizzato il nostro mondo, cioè gli ateniesi, i romani, gli inglesi, i giapponesi ed attualmente gli statunitensi, hanno capito che il dominio delle acque era necessario per l’egemonia sul mondo: oggi la Cina sta puntando lo stesso obiettivo e stiamo per assistere ad una partita che potrebbe condizionare il futuro del nostro pianeta. In realtà non stiamo per assistere, la partita è già iniziata e noi, nel nostro contesto, siamo in realtà uno dei giocatori.

In una visione geopolitica attuale la seconda guerra fredda non ha ancora una data di inizio, ma è in pieno svolgimento sulla scia delle ferite della globalizzazione. A esserne protagoniste sono dittature e autarchie che cingono d’assedio le democrazie dell’Occidente, adoperando ogni arma a disposizione: convenzionale, nucleare, economica, cibernetica. L’intento è indebolirle per obbligarle a ritirarsi dai propri spazi strategici, svuotarle della propria ricchezza, spingerle a separarsi dagli alleati, strappare loro la leadership dell’innovazione digitale.

L’epicentro dello scontro è l’Europa, teatro di ingerenze politiche e ricatti e i duelli più duri avvengono nel cyberspazio. L’Italia, percepita purtroppo, come l’anello debole dell’Occidente, si sta dimostrando uno dei più vivaci campi di battaglia. Sono la Russia e la Cina a guidare l’assalto all’Occidente: pur muovendo da premesse differenti, convergono nel voler trasformare l’Europa in un terreno di conquiste, politiche ed economiche, al fine di far implodere la Nato e l’Unione Europea, allontanando quanto più possibile gli Stati Uniti dai loro tradizionali alleati sul Vecchio Continente. È un’offensiva che nasce dalla comune convinzione che, rescindendo il legame euroatlantico, l’Occidente come entità strategica avrà fine, consentendo ai suoi maggiori rivali di rafforzarsi, potendo di conseguenza inseguire gli obiettivi più ambiziosi.

La sfida più temibile e pericolosa per l’intelligence che le democrazie si trovano ad affrontare dalla caduta del Muro di Berlino trent’anni fa, si gioca oggi, in quanto il disordine internazionale ha consentito a despoti e dittatori di riconquistare spazio e potere. La seconda guerra fredda ha colto di sorpresa l’Occidente: è radicalmente diversa dalla prima perché gli attori principali non sono più soltanto due ma molteplici, le armi più temibili non sono più quelle nucleari ma quelle digitali e gli scontri ad alto rischio non sono frontali bensì asimmetrici, ibridi. Il sogno della Russia di far risorgere l’impero e della Cina di una “Nuova via della seta”, o Belt and Road Initiative, capace di trasformare l’Europa in un mercato cinese, l’ambizione dell’Iran di diventare potenza atomica, estendendo la propria egemonia sull’intero Medio Oriente e la distruzione nucleare con cui la Corea del Nord minaccia i propri vicini sono tasselli di un assedio che vede le democrazie in affanno e l’intelligence impegnata, a tutto campo, ad arginare le problematiche che potrebbero derivare per la sicurezza nazionale ed internazionale.

In palio c’è, oggi come durante la prima guerra fredda, la sopravvivenza dei paesi democratici, chiamati a reagire non solo dotandosi di nuovi sistemi di sicurezza contro gli avversari e di alleanze più efficaci, ma soprattutto di un arsenale di diritti capace di restituire vitalità ed energia al legame fra i cittadini e le loro istituzioni più care, cuore dell’Occidente: l’Unione Europea e la Nato. Perché, proprio come avveniva nel secondo Novecento, chi aggredisce le democrazie punta a farle crollare dall’interno, esaltandone in ogni modo le debolezze economiche e le divisioni sociali. La seconda guerra fredda innesca dunque cambiamenti destinati a durare nel tempo e contiene un bivio per l’Occidente: reagire alla sfida o far passare gli avversari. L’intelligence cerca di evitare questo pericolo.

La storia del mondo è la storia delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime. Il mare rientra appieno negli interessi della geopolitica come elemento essenziale ed è compreso in ogni strategia in quanto il suo dominio porta a disporre di vie di comunicazione e di controllo sulle vie di approvvigionamento e sul transito delle merci. La maggior parte dei commerci mondiali trascorre via mare per facilità di trasporto e per relativa modestia dei costi. Il mare è una grande risorsa, un elemento cruciale per assicurare la crescita, lo sviluppo e la prosperità economica di un paese.

Dall’attentato delle Torri, l’America vive nel latente terrore di un attacco dal mare. Negli ultimi trent’anni solo il 2% degli attentati terroristici ha avuto matrice marittima. Ma questo non basta a rassicurare, perché le acque salate sono la quota più ampia e meno controllabile della superficie terrestre. Lo scenario peggiore prevede l’esplosione di un mercantile carico di armi non convenzionali nel porto di New York, di San Francisco o di un’altra metropoli americana. Ipotesi tutt’altro che fantastica in un paese dotato di 162 mila chilometri di coste e di un centinaio di porti per mercantili di stazza superiore. Ogni anno 60 mila navi attraccano agli scali statunitensi, scaricando 6 milioni di container, che non è pensabile controllare uno per uno. I tre quarti del commercio estero degli Stati Uniti viaggiano via mare, come il 53% del petrolio necessario agli Americani. Ben poco si può fare per prevenire un attacco di tal genere. Negli ultimi anni Washington ha incentivato ogni genere di operazione marittima autonoma, interalleata o comunque collettiva per filtrare il terrore dal mare.

Oggi la collocazione geografica dell’Italia la pone in una situazione di alto rischio dove il terrorismo, il traffico di esseri umani alla base dell’immigrazione clandestina e la criminalità organizzata con i suoi interessi nella droga e nelle armi, possono portare sul territorio nazionale un livello di insicurezza elevato, tanto da metterne a rischio la libertà e la democrazia.

Difendere il nostro Paese non è facile in quanto i confini terrestri si possono presidiare palmo a palmo con mezzi e uomini, mentre i confini marittimi richiedono delle accortezze difficili da mettere in opera.

Oggi dopo quindici anni dall’entrata in vigore della normativa sulla Maritime Security, altre minacce e rischi si possono manifestare sul mondo marittimo: attacchi con droni e tramite cyberspazio non sono da escludersi.

Il mondo marittimo è strategico per l’economia mondiale e pertanto il terrorismo marittimo e il crimine organizzato transnazionale sono due fenomeni che, negli ultimi anni, hanno affinato tecniche e strategie nuove.

È difficile e complesso avere il controllo della distesa d’acqua ed è impensabile la verifica totale dei suoi traffici; quello che passa via mare non è sempre accertabile, la moltitudine di navi che solcano le onde con i loro carichi tentano di sfuggire alle verifiche: per aumentare la sicurezza nazionale è importante verificare i contenuti dei traffici marittimi.