Walter Policastro - Sicurezza Investigazione e Intelligence

Sicurezza Investigazione e Intelligence

L’esperienza mi ha fatto valutare che quando parliamo di sicurezza parliamo di prevenzione e possiamo definire due principali macroaree: la security che ci deve proteggere da eventi di natura dolosa/volontaria che mettono a rischio beni patrimoniali e la safety che ci deve proteggere da eventi accidentali/non volontari che mettono a rischio l’incolumità delle persone/lavoratori ovvero la salute di tutti.

La sicurezza è un bene fondamentale per tutti i cittadini.

“Nulla è come appare”

Pirandello

In tal senso la sicurezza prefigura una condizione di ordine, intesa a proteggere l’individuo da situazioni a rischio o da aggressioni alla sua persona, a coloro che gli sono più prossimi, ai suoi beni o, più in generale, al suo modo di vivere.

Il problema di sicurezza è prima di tutto un problema e, come tale, deve essere affrontato. Tramite la corretta percezione del problema sicurezza è possibile identificare l’obiettivo e le sue criticità, quindi fare una valutazione per mezzo di possibili opzioni, attraverso la motivazione della scelta presa rispetto ad altre con la valutazione dei possibili risultati e conseguenze.
In quest’ottica, la condizione di sicurezza è l’atto decisorio cosciente e razionale che prende in considerazione tre attori fondamentali: il bene, la minaccia e la protezione.

Il campo è quello della security, ovvero quel mondo nato dopo il dramma dell’11 settembre che ha avvolto la nostra vita e che vede il terrorismo come il “nemico n.1” del nostro tempo.
Sebbene negli ultimi trent’anni la sicurezza abbia beneficiato di un enorme progresso a livello tecnologico portando allo sviluppo di un’industria, oggi, in rapida crescita che ha prodotto sistemi sempre più perfetti ed automatizzati, dobbiamo riflettere sul fatto che non sempre l’evoluzione tecnologica rappresenta necessariamente un miglioramento; è essenziale osservare che tutto il mondo della sicurezza, se interpretato soggettivamente, non sempre riduce il “sentimento di insicurezza”, ma talvolta lo amplifica.
Sentirsi più protetti non sempre vuol dire sentirsi più sicuri.

NEW YORK – SEPTEMBER 11 (Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Ed ecco che nell’ultimo decennio il concetto ha subito una metamorfosi con una riconsiderazione della psicologia per la sicurezza degli essere umani, in quanto nessuna macchina, nonostante l’apporto della “intelligenza artificiale”, potrà mai sostituirsi alla valutazione, alla percezione, alla sensibilità della mente umana: si comincia a parlare, quindi, di sicurezza come prevenzione, ovvero si fanno strada concetti quali attenzione, percezione, meditazione, decisione ed azione che si contrappongono alla visione classica di sicurezza garantita con gli strumenti tecnologici.

L’operatività, in termini di sicurezza è tutta l’attività di prevenzione, quella di analisi e riduzione dei rischi nonché l’attività di protezione mediante l’utilizzo di procedure gestite da risorse umane ben addestrate e formate, che si possono avvalere di adeguate strumentazioni tecnologiche.

La sicurezza, intesa come security, obbliga necessariamente ad operare anche nel mondo dell’investigazione e dell’intelligence, ovvero nell’attività di raccogliere, analizzare e valutare le informazioni. L’intelligence e l’investigazione si confrontano con problemi che per loro intima natura sono sfuggenti, difficilmente definibili ed interpretabili; hanno a che fare con la dimensione dell’ignoto ed in particolare con quella specifica parte dell’ignoto che è minacciosa.
Comunemente si intende per investigazione la ricerca di una determinata verità; deriva dal latino “video” (vedere) e “vestigia” (tracce), ovvero è sinonimo di ricerca dettagliata, prolungata, approfondita. 

L’investigazione è l’attività compiuta da un investigatore, pubblico o privato che sia, a proposito di un crimine. In particolare, l’investigatore privato può occuparsi anche di situazioni che non costituiscono strettamente un crimine, ma soltanto un problema.

Ho mosso i primi passi nel mondo dell’investigazione nel 1979 e con l’aumentare dell’esperienza mi sono accorto che solamente una preparazione metodologica, psicologica, criminologica mi avrebbe permesso di mantenere un elevato livello di professionalità in un mondo in continua evoluzione. Mi sono preparato a livello accademico con quasi trent’anni di esperienza nella pratica quotidiana dove nulla è lasciato al caso; e sono in grado di fornire elevati servizi di natura investigativa che vanno a soddisfare ogni genere di richieste che mi vengono poste.

L’investigazione è quell’attività che permette di arrivare ad una verità che è possibile convalidare, corroborare e verificare: significa saper osservare il mondo che ci circonda ed esplorarlo nei dettagli; saper raccogliere dati, analizzarli, saper mettere da parte quelli inconferenti, il tutto teso all’accertamento della verità, che permette di dare una risposta alla domanda che ci siamo posti.

Operare nel mondo investigativo vuol dire avvicinarsi con umiltà e curiosità al problema posto e raccogliere accuratamente e pazientemente ogni possibile dato, consapevoli di non essere in grado, in quel momento, di riconoscere ciò che sarà utile.

L’investigatore dubita e deve avere davanti a sé la convinzione costante della propria fallibilità; piano piano passa dall’incertezza alla certezza quindi possiamo dire che l’investigazione dà la soluzione alle situazioni di dubbio.

Se l’investigatore si lascia trascinare dall’istinto e si lascia abbagliare dall’innamoramento per una verità già scritta nel proprio convincimento, ha buone probabilità di fallire l’obiettivo: l’investigazione non dà i suoi frutti in presenza di pregiudizi. Anche quando viene mediata dall’esperienza e dalla riflessione, la risposta istintiva è comunque insufficiente e a volte fuorviante perché indirizza verso un percorso prefissato.

L'istinto fornisce un grande aiuto all'investigatore e senza dubbio suggerisce buone ipotesi di lavoro, ma nulla più.

Il mondo delle investigazioni è pieno di errori causati da impazienza, presunzione, incapacità di elaborazione critica degli elementi raccolti.
Pur non sottovalutando, perciò, la “prima impressione”, che, anzi, costituisce frequentemente un utile, “primo orientamento”, le armi vincenti dell’investigatore sono soprattutto l’analisi scrupolosa delle informazioni acquisite e la capacità di sviluppare ogni volta un processo logico e razionale, sottoponendolo a rigorosi controlli.

Ogni processo logico può considerarsi corretto se è verificabile e quindi modificabile, perché solo attraverso un percorso di progressiva correzione, l’investigatore può gradualmente avvicinarsi alla verità. Fuorvianti sono anche i condizionamenti che provengono dai pregiudizi, ovvero da quelle opinioni preconcette in grado di far assumere atteggiamenti scontati, dovuti ad inaccettabili generalizzazioni; tutti noi subiamo, purtroppo, l’influenza dei pregiudizi.

L’uomo tende ad interpretare tutto quanto non rientra nella propria esperienza diretta o nel cerchio rassicurante della “tribù” come un pericolo, una minaccia anche mortale e pone i suoi atteggiamenti aggressivi verso il diverso e l’altro che vengono intesi come un nemico potenziale.
Anche del proprio “fiuto” l’investigatore non deve fidarsi molto, se questo non è supportato da un valido processo logico.

La verità non viene raggiunta con istinti, intuizioni e pregiudizi, ma con umiltà, equilibrio e raccolta di informazioni; è necessario, per l’investigatore, appoggiarsi alla logica razionale dove i modi classici di ragionamento sono di tipo induttivo, deduttivo e abduttivo. Sarà pertanto l’intelligenza e la sensibilità dell’investigatore a stabilire cosa è plausibile, cosa è ragionevole e cosa è probabile. Le conclusioni a cui si arriva non sono definitive e vanno verificate continuamente con progressive approssimazioni tendenti alla verità investigativa. 

L’investigatore, quindi, deve “ragionare” consapevole della propria fallibilità e con tanta umiltà; in modo paziente e determinato deve procedere in modo trasparente guidato dall’amore per la verità.

Da sempre l’investigazione è interpretata come quell’attività che viene svolta per ricercare la verità, quasi sempre l’autore di un reato.
Oggi però, si sta facendo strada un concetto completamente diverso e si parla di investigazioni preventive, ovvero di tutte quelle attività investigative che servono a raccogliere, elaborare ed analizzare notizie su un fenomeno o una persona al fine di elaborare delle strategie di contrasto, ovvero per anticipare la commissione di un evento criminoso e neutralizzarlo.

Walter Policastro - Sicurezza Investigazione e Intelligence

Scopo dell’investigazione preventiva è la conoscenza delle abitudini, del tenore di vita, delle relazioni interpersonali, dei comportamenti di una persona, o delle dinamiche, delle caratteristiche, della forza e dei punti di vulnerabilità di un fenomeno criminale. Si parla anche di “penetrazione informativa nel tessuto sociale”, attività che costituisce il fondamentale banco di prova per chi conduce l’indagine, perché osservare, raccogliere notizie, capire, è l’essenza stessa del lavoro investigativo. Rilevare l’attualità della pericolosità di un gruppo di persone significa poter dare adeguata priorità agli interventi che possano scongiurare fatti criminali, significa poter anticipare le “mosse” di chi insidia la collettività.

Il nostro Codice Penale nel Libro II, al Titolo V, tratta dei “delitti contro l’ordine pubblico” e prevede in particolare all’art. 416 il “reato di associazione per delinquere”: per contrastare questa fattispecie criminosa l’arma fondamentale è data dall’investigazione preventiva grazie alla quale, prima che sia commesso qualsiasi reato, è possibile andare ad individuare una struttura più o meno complessa costituita per l’attuazione di un più vasto progetto criminoso.

La capacità di agire, in prevenzione, riduce la necessità di riparare al danno agendo in repressione e qui cominciamo a parlare di intelligence investigativa, ovvero a quella particolare attività investigativa, che mira, ad esempio, alla prevenzione nella lotta al “terrorismo internazionale di matrice religiosa”.

Questa tipologia di terrorismo ha sconvolto gran parte delle logiche di contrasto: non importa tanto arrestare l’autore o gli autori dopo la commissione di una azione terroristica, è fondamentale impedire che la realizzino.

Il nuovo terrorista è infatti rappresentato dal “martire suicida”, ed allora è chiaro che parlare di “dopo” non ha molto senso.

Con il termine “intelligence” si intende quella complessa attività di leggere in maniera penetrante la realtà, di comprendere e prevedere i processi che ci circondano individuando le minacce e tutte le possibilità per eliminarle.

La caratteristica dell’intelligence è quella di tutelare gli interessi di qualcuno, in primis quelli dello Stato, fornendo informazioni utili che devono essere tenute in debito conto da chi deve decidere; si estrinseca con la ricerca e la raccolta di dati, la valutazione delle fonti e delle informazioni, l’analisi comparativa di quanto disponibile e la formulazione di ipotesi: si attua con una procedura che, attraverso la raccolta, la valutazione e l’analisi delle informazioni, consente di dare un significato all’insieme delle informazioni raccolte.

Deriva dal latino “intelligo”, “inter-legere” (scegliere, selezionare, discernere) ed è connesso con il termine greco “lego”: rappresenta un modo particolare di vedere, osservare, capire. Vedere oltre le apparenze dove non tutti vedono o vogliono vedere.
Nel nostro contesto sociale dove l’enorme massa di informazioni le rendono poco fruibili, un’analisi di intelligence ci permette di scartare il superfluo per concentrarci sull’essenziale: è fondamentale per poter prevenire fenomeni di pericolosità sociale.

Ma l’intelligence non permette soltanto di prevenire, ma anche di anticipare fenomeni ancora in fase embrionale tanto da mettere in atto validi elementi di contrasto.


Appare chiaro che oltre che a livello istituzionale, l’intelligence è particolarmente utile a livello industriale dove le minacce che si celano all’interno di un’azienda possono portare alla vanificazione di progetti e di obiettivi da raggiungere.

Tutti i settori aziendali devono necessariamente essere sottoposti ad una buona analisi di intelligence che sappia valutare tutti gli indizi e le notizie di cui viene a conoscenza fornendo ai vertici informazioni vitali per il buon andamento aziendale.

Un buon security manager deve essere in grado di operare in questo senso.

L’intelligence è l’uso della conoscenza al fine di fronteggiare le minacce alla sicurezza dello Stato e la salvaguardia della vita umana.

L’intelligence può essere sommariamente definita come l’attività di interpretazione delle informazioni relative alla sicurezza, essa ha a che fare, in primo luogo, con il problema della conoscenza.

L’intelligence è un modo specifico di conoscere, vedere, spiare, osservare, capire, imparare, distinguere: è più che vedere, è svelare, andare oltre il velo delle apparenze, discernere, vedere dove gli altri non possono, non sanno o non vogliono vedere.

Uno dei problemi che operando nell’intelligence si deve affrontare, riguarda la nostra dimensione cognitiva. Succede soprattutto quando non amiamo alcune cose o alcune conclusioni che logicamente dovremmo trarre, viste certe premesse: noi tendiamo a ridurre, a risolvere, a minimizzare, a negare in molti modi, razionalizzando, dissimulando e anche auto ingannandoci. Questo è il terreno infido quotidiano di analisi e di confronto per lo specialista di intelligence che, mentre manipola le informazioni sa che queste potrebbero manipolarlo: conosce quanti problemi esistono nella dimensione cognitiva degli altri e sa anche che gli stessi problemi esistono nella sua. Non può fare il proprio lavoro senza sicurezza in sé stesso, ma deve avere anche un forte senso della modestia ed avere ben chiaro l’insegnamento socratico del “sapere di non sapere”: l’inganno peggiore in cui è possibile cadere è quello che ci prepariamo con le nostre mani: “per quanto riguarda quel poco che conosciamo siamo fallibili e per tutto il resto siamo ignoranti”.

L’intelligence si confronta ogni giorno con una nuova problematica: ad ogni aumento della conoscenza corrisponde un aumento dell’ignoranza, e a nuovi tipi di conoscenza corrispondono nuovi tipi di ignoranza. I limiti della scienza contemporanea sono una sorta di Giano bifronte che, nel momento in cui stabiliscono i confini di un universo di discorso dato, aprono nuove possibilità per la costruzione di nuovi universi di discorso.

Il nostro mondo produce una quantità illimitata di informazioni in ogni momento e questo genera una situazione che è stata definita come “surriscaldamento cognitivo” che non viene ben sopportata dalle nostre capacità cognitive. Più abbiamo a disposizione informazioni, più abbiamo difficoltà a selezionarle, valutarle e più difficile diviene il dover prendere decisioni nel mondo della sicurezza e del processo decisionale. Di fatto, per riprendere quanto detto, siamo assediati dalle informazioni, ma contemporaneamente siamo fallibili.

Più aumentano le informazioni, più è difficile padroneggiarle per una singola mente; più si allarga la dimensione cognitiva dell’umanità e più cresce la nostra ignoranza individuale. La crescita delle conoscenze, quindi delle possibilità e delle opportunità, è accompagnata dalla crescita dell’ignoranza, dell’incertezza ed infine delle discrasie cognitive (analfabetismo funzionale).

Chi opera nell’intelligence opera nella dimensione cognitiva dell’umanità, nel bene e nel male; la dimensione cognitiva è razionale e prodigiosa e si confronta ogni giorno con la minaccia e con l’ignoto. Si può anche considerare la conoscenza come circondata, assediata dall’ignoto. L’intelligence ha a che fare prevalentemente con l’ignoto ed in particolare con quella specifica parte dell’ignoto che è minacciosa e che genera la più grande emozione che l’essere umano prova: la paura!

In un mondo estremamente complesso quale il nostro, una parte preminente dell’intelligence è dedicata alla prevenzione in quanto, l’elemento più importante dell’intelligence è il concetto di minaccia: senza minaccia non ci sarebbe bisogno dell’intelligence. Una minaccia non è soltanto un fattore sconosciuto che potrebbe danneggiare qualche interesse, ma è qualcosa che, potenzialmente, è capace di arrecare un danno assai grave.

Un’analisi di intelligence è caratterizzata dal tentativo di interpretare anomalie, sospetti, indizi, frammenti relativi a situazioni incerte e sfuggenti per la loro origine e per la loro stessa natura.

Si tratta di lavorare in condizioni di grande incertezza su congetture, dicerie e sensazioni facendo ricorso al “paradigma indiziario”, ovvero a quel metodo che si affida all’analisi degli aspetti apparentemente secondari ed insignificanti, considerati invece come un mezzo per poter risalire da un piccolo fatto noto ad un importante fatto ignoto.

Senza una buona attività di intelligence non è possibile operare nella sicurezza ed alla domanda “che cosa è l’intelligence?” ora possiamo tranquillamente rispondere che è l’insieme di attività di acquisizione, selezione, classificazione, analisi, gestione, aggiornamento, integrazione, distribuzione, assegnazione ed impiego di informazioni che condizionano il processo decisionale. L’obiettivo globale dell’intelligence è quello di sapere e di sapere di più ed il fine ultimo è quello di salvare anche vite umane.

Poiché la sicurezza operativa è il risultato di attività razionali, si intuisce subito che un buon lavoro di intelligence che fornisca tempestivamente informazioni attendibili è fondamentale per ridurre i rischi di una decisione errata.

Nella catena della security dove l’intelligence riveste un ruolo primario, troviamo anche un anello debole che è rappresentato dalle persone che possono essere le parti attive portatrici delle minacce.

Le strutture sono le componenti fondamentali di ogni sistema di sicurezza e su di esse poggiano i sistemi tecnologici che hanno tanta più validità, quanto più sono affidabili le persone che li utilizzano. Fondamentali sono le procedure che hanno il compito di collegare strutture e tecnologie, ma che sono difficili da scrivere in quanto se troppo dettagliate e chiuse non includono tutto quello che serve, ma se troppo vaghe tendono ad essere interpretate con superficialità, improvvisazione e disattenzione.

La catena si chiude con il controllo delle altre componenti del sistema sicurezza e dell’ambiente circostante, vero fulcro di tutto il sistema; è basato sulla verifica, sull’accertare tempestivamente che qualcosa di pericoloso, o indesiderato, sta accadendo, o sta per accadere. Il controllo è assistito dall’operatività di intelligence, dalle persone, dalle strutture e dalle tecnologie e relative procedure; mantiene e migliora la prestazione del sistema sicurezza e delle sue singole parti ed informa e dirige gli interventi.

Può assumere molti aspetti in conseguenza del momento in cui è effettuato, ma nella sicurezza i controlli più efficaci sono essenzialmente quelli proattivi. Per raggiungere e mantenere una condizione soddisfacente di sicurezza in una determinata situazione è necessario che tutti gli spazi, strutture, accessi, attività, persone, cose, informazioni importanti, procedure, siano mantenuti sotto controllo, in modo che preservino la condizione desiderata. Deve apparire evidente in tempo utile quando, dove, come, e perché intervenire per ripristinare la condizione migliore.

La sicurezza si avvale per i suoi controlli di sofisticate metodologie e tecnologie, che vanno dalla predisposizione ed uso di profili psicologici e comportamentali, ripartizioni, divieti, compartimenti stagni, all’installazione ed utilizzo di forme hi-tech di rivelazione. Quest’attività, che copre tutti gli aspetti del sistema di sicurezza (richieste, componenti, dinamiche, processi, input ed output) deve includere il monitoraggio della situazione, delle minacce (interne ed esterne) e di eventuali terzi i cui comportamenti possono influire sulla condizione di sicurezza desiderata

La sicurezza è fondata sulla prevenzione essendo naturalmente avversa al rischio, le sue misure ed attività sono primariamente intese ad assicurarsi che l’evento temuto, o indesiderato, non avvenga. Il fine ultimo della sicurezza è l’elusione, poiché, per natura e definizione, la sicurezza è avversa, non propensa, al rischio. Sfuggire, eludere o evitare un pericolo, una minaccia, un attacco annulla la necessità di un confronto diretto, situazione insicura poiché implica la possibilità di una sconfitta, e comunque di danno.

“Lo spionaggio è esistito dalle origini della civiltà: c’è sempre stato un apparato di sicurezza, per quanto approssimativo, interessato a sapere chi avrebbe potuto mettere in pericolo, in qualsiasi modo, la sicurezza della comunità, dall’interno o dall’esterno”. Legare assieme la “spia” e il “professionista dell’intelligence” non è cosa semplice, ma è molto affascinante; sono due attività che interagiscono da sempre. 

Il concetto di sicurezza, in qualsiasi modo lo si voglia declinare, altro non è che “prevenzione”, mentre “spionaggio” e “intelligence” sono attività nettamente distinte.

Lo spionaggio può essere definito come un traffico di informazioni riservate, mentre l’”intelligence”, caratterizzata dal tentativo di interpretare dati, anomalie, sospetti, indizi, frammenti relativi a situazioni incerte o minacciose, può essere definita come l’attività di raccolta, valutazione e cura delle informazioni relative alla sicurezza.

Se la sicurezza è ritenuta un bene primario, un valore assoluto indispensabile, allora anche l’intelligence è un grande valore, in quanto ha lo scopo della protezione degli interessi nazionali, la difesa dei beni e delle persone.

La difesa del territorio rimanda tradizionalmente, ma non in modo esaustivo, agli eserciti, alla struttura militare. La sicurezza, invece, non va intesa solo come difesa militare.

Esiste infatti anche in una dimensione interna ai confini che mira a impedire le guerre tra individui o gruppi che, pur vivendo sullo stesso territorio, sono portatori di interessi diversi.

Il “bisogno di sicurezza” è vecchio quanto l’uomo ed è un bisogno fondamentale di ogni essere vivente. I bisogni più elementari sono di tipo fisiologico seguiti, subito dopo, dal bisogno di sicurezza, senza la quale non si riesce a scalare la piramide.

Sin dagli albori dell’umanità appariva chiaro che il gruppo era meno vulnerabile del singolo individuo: su questa base cominciarono a nascere le città-Stato dove la convivenza tra i singoli veniva regolata in base a norme.

La parola sicurezza non può essere scissa dal concetto di spionaggio e da quello di intelligence.

Non possiamo però trascurare qualcosa di molto importante che si aggancia al termine sicurezza e che ha affiancato nei millenni passati l’esistenza umana ed ha fatto capire che, per garantire la sicurezza era necessario affermare il concetto “conoscere per poter decidere”.

La conoscenza sia dell’ambiente in cui si opera sia delle attività del potenziale competitore, è il problema che ha impegnato l’uomo sin dall’inizio della sua storia. 

La “ricerca di informazioni” ha costituito da sempre la base per la decisione. 

Il passaggio al termine spionaggio è breve: le sue origini sono antichissime, vanno di pari passo alla sicurezza, possiamo farle risalire al momento in cui l’uomo, organizzato in gruppi, inizia a praticare la guerra. Guerra e spionaggio sono termini indissociabili e complementari e pertanto la raccolta di informazioni “finalizzate” è stata ben presto sentita dall’uomo come condizione indispensabile per impostare, avviare, e realizzare iniziative belliche.

Questo aspetto ha rivestito sempre un’importanza vitale sia per chi ha avuto il comando di militari in guerra, sia per chi ha avuto la responsabilità della gestione di un’organizzazione politica o di un’impresa.

“Nessuna guerra può essere combattuta con successo senza informazioni tempestive e sicure” scrisse il duca di Marlborough.

La funzione decisionale, infatti, quale che sia il livello o l’ambito dell’operazione gestita, deve poter disporre, alla fonte, di dati conoscitivi attendibili per consentire poi di operare scelte idonee. Proprio così è nata l’intelligence, anche in forma primordiale, che pertanto si può affermare abbia avuto origine già col sorgere delle prime forme di organizzazione delle società degli uomini.